La ‘Natura morta’ del Seicento

La ‘natura morta’ del Seicento

Con l’espressione natura morta” si indica la rappresentazione di fiori, frutta, verdura, selvaggina o pesce o di oggetti (vasi, libri, strumenti musicali etc.). L’espressione settecentesca è di provenienza francese e traduce quella olandese del XVII secolo, forse più appropriata, still-leven (vita immobile o silenziosa). Rappresentazioni di oggetti di grande precisione si trovano fin dall’arte romana, ma sempre all’interno di composizioni, in un ruolo subordinato rispetto alle figure.
Nel Cinquecento, invece, la natura morta si afferma come genere a sé stante grazie a una serie di fattori: l’attenzione alla realtà concreta delle cose, un nuovo atteggiamento verso la natura, considerata degna di essere rappresentata in tutti i suoi aspetti, anche i più banali o usuali, l’affermarsi di uno sguardo scientifico sul mondo, l’esigenza di esaltare i valori del procedimento di imitazione della realtà.

 

La natura morta come genere autonomo nasce nell’arte dei paesi del nord Europa e in particolare in quella fiamminga, da sempre interessata alla minuziosa rappresentazione della realtà. Quando alcuni di questi pittori, tra cui Jan Brueghel dei Velluti (1568-1625), vengono, alla fine del Cinquecento, a lavorare in Italia, il genere acquista fama presso importanti committenti, come il cardinale di Milano Federico Borromeo, influenzando gli artisti italiani.

Alla dimensione descrittiva finalizzata a suscitare l’ammirazione e lo stupore per l’effetto di verosomiglianza, però, si aggiungono anche complessi meccanismi simbolici e allegorici: fiori (recisi o appassiti), frutta (fresca o bacata), vasi, tavole imbandite, porcellane, libri, bicchieri, clessidre, candele, teschi sono elementi che, variamente combinati, formano un articolato sistema di simboli cristologi o marali, legati ai temi della fugacità del tempo e della bellezza o a quello della morte e della vanitas.

Il genere, costituito da quadri di formato medio e piccolo e costo accessibile, presuppone un pubblico privato, collezionisti, competenti appassionati, persone capaci di apprezzare l’opera indipendentemente dal soggetto e che riconoscevano nel piacere estetico un valore autonomo.

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Pieter Claesz, Vanitas, 1630, olio su tela 39,5×56 cm. L’Aia, Mauritshuis

È Caravaggio che, con la Canestra di frutta dipinta per il cardinale Borromeo, inaugura il genere della natura morta in Italia. Inoltre il pittore lombardo affermò apertamente il suo dissenso nei confronti della tradizionale gerarchia dei generi artistici, che considerava la natura morta una produzione minore rispetto ai dipinti di storia, religiosi o mitologici, dichiarando che “tanta manifattura gli era fare un quadro buono di fiori come figure”.

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Caravaggio, Canestra di frutta (dettaglio), 1596 ca. Olio su tela, 46×64,5. Milano, Pinacoteca Ambrosiana

Il genere vive una grande stagione nel Seicento europeo, che si caratterizza per la varietà dei filoni (naturalistici, decorativo, illusionistico, realistico, dimbolico-didascalico) e dei temi. In Italia si riconoscono ottimi pittori di questo genere in Michelangelo Cerquozzi (1606-1660), Jacopo Ligozzi (1547-1627), Luca Forte (1600 ca.-1670 ca.).

Uno dei maggiori esponenti è Evaristo Baschenis (1617-1677), che si concentra su nature morte con strumenti musicali: in essi la riflessione sul tempo che passa e sulla vanità delle cose terrene è espressa dallo strato di polvere che giace sugli oggetti a dalla traccia delle dita che una mano vi ha lasciato.

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Evaristo Baschenis, Strumenti musicali, 1660 ca. Olio su tela, 75×108 cm. Bergamo, Accademia Carrara

Dopo il 1630, con l’allentarsi del rigore della Controriforma, il genere viene influenzato dal nuovo stile barocco e perde le iniziali finalità allegoriche e devozionale, assumendo un tono più fastoso e decorativo, come nelle complesse composizioni di fiori dei pittori napoletani Giovan Battista Ruoppolo (1629-1693) e Giuseppe Recco (1634-1695).

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