Ludwig van Beethoven – Sonata per violino e pianoforte n. 5 in fa maggiore, op. 24 “La Primavera”


 

Della serie delle dieci sonate per violino e pianoforte la Sonata in fa maggiore è la prima che sia fornita di quattro tempi. Dedicata al conte Moritz von Fries, fu scritta da Beethoven nel 1800 e pubblicata l’anno dopo insieme alla Sonata in la minore op. 23. Come per altre sonate («Aurora», ecc.) non è dato sapere a chi risalga la denominazione di Sonata «della Primavera» che ha avuto fortuna, anche se in sostanza manchino elementi specifici ad avvalorare tale appellativo. Se esso vuol sottintendere freschezza, serenità o senso gioioso della vita, altre musiche di Beethoven potrebbero meritarlo, soprattutto di questo periodo creativo ove la dialettica dei motivi non assume, in generale, la imponenza e l’impeto drammatico che saranno della Sonata «a Kreutzer».

Il primo movimento, Allegro, e il Rondò finale sono due movimenti di grande cantabilità e di ampie dimensioni; tra di essi si colloca l’Adagio, dal carattere idilliaco molto espressivo, e il brevissimo Scherzo caratterizzato da capricciosi spostamenti d’accento e da inseguimenti strumentali.

Un lieve e scorrevole tema «femminile» e, dopo un brusco rivolgimento tonale del pianoforte, un secondo tema di più marcata tempra ritmica assicurano la duplice prospettiva entro cui, non senza eleganza, si snoda il primo movimento (Allegro).

Nell’Adagio il pianoforte propone la melodia, subito imitato dal violino. Successivamente la vicenda si limita a consegne reciproche del tema con qualche accenno ornamentale. Nell’affettuoso, confidenziale dialogo il violino – verso la metà, al minore – porta una sua nota di patetica mestizia.

Nello Scherzo una figura ritmica di valzer viennese, di piglio weberiano, si schematizza in una di quelle ripetizioni testarde che in un prossimo futuro assurgeranno a protagoniste dello scenario drammatico beethoveniano. Il Finale si attiene, pur con qualche libertà, alla falsariga del Rondò, con quattro esposizioni del ritornello separate da altrettanti intermezzi, l’ultimo concluso da una cadenza ampia e tumultuosa.

Giorgio Graziosi

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