La poetica bellezza napoletana: Il chiostro maiolicato del Monastero di Santa Chiara

Di Eleonora Modaffari

LA POETICA BELLEZZA NAPOLETANA: IL CHIOSTRO MAIOLICATO DEL MONASTERO DI SANTA CHIARA

L’azzurro del cielo e il giallo splendente del Sole sono il filo conduttore che unisce questa oasi di pace al caos di Spaccanapoli. Si fondono in armonia completa coi colori brillanti delle maioliche e il cuore sembra non poter contenere tutta questa bellezza: siamo nel chiostro maiolicato del monastero di Santa Chiara, Napoli. L’odore pungente e floreale dei limoni ci accoglie e ci accompagna per tutta la visita, facendoci intuire il segreto di questo splendore: i contrasti. Il vociare esterno contrapposto al raccoglimento interno, i colori vivacissimi sullo sfondo chiaro delle maioliche, l’estrema ricchezza al centro esatto di un morigeratissimo monastero; questi elementi così apparentemente in disaccordo si uniscono per creare uno dei gioielli dell’arte e dell’architettura italiana.

Il chiostro, lungo 82,3 metri e largo 78,3, era già presente alla nascita della basilica gotica nella prima metà del ‘300, ma l’aspetto attuale si deve alle modifiche realizzate da Domenico Antonio Vaccaro tra il 1739 e il 1769, per volontà della badessa Ippolita di Carmignano.

L’artista rivestì la struttura e i 64 pilastri di 30.000 maioliche policrome in stile barocco (le “riggiole”, mattonelle, termine napoletano che deriva dallo spagnolo “rajola”), da lui disegnate ma realizzate da Donato e Giuseppe Massa, lasciando però intatta l’originaria struttura gotica. La decorazione riprende gli elementi naturali già presenti nel chiostro: tralci di viti, glicini e fiori. Invece gli schienali di seduta, posti tra una colonna e l’altra, riprendono motivi agresti, mitologici e marinari, descrivendo scene di vita al di fuori del convento e allegorie dei quattro elementi fondamentali (acqua, aria, terra e fuoco). Troviamo, infatti, il Trionfo del Mare, con Nettuno che attraversa le acque circondato da tritoni e nereidi;  il Trionfo dell’Aria, rappresentato da due pavoni che portano in volo un carro con un puttino e Aria sontuosamente vestita; l’Allegoria della Terra, in cui è raffigurato un carro con due donne, simbolo di fecondità, sovrastate da Terra con in mano la coppa dell’abbondanza ed infine il Trionfo del Fuoco, dove un carro trainato da due leoni è rappresentato accanto ad un genio alato, al sole e a Fuoco, che brandisce una cornucopia infuocata.

Le pareti del portico, che circonda il chiostro maiolicato, sono decorate con affreschi secenteschi di cui non si conosce l’artefice. Nella parte bassa e nelle volte a crociera si può notare lo stesso motivo decorativo barocco a differenza della parte mediana, dove sono rappresentate scene dell’Antico testamento.

Questi affreschi e il chiostro sono quasi miracolosamente sopravvissuti ai bombardamenti del 4 agosto 1943, lo stesso non si può dire di gran parte dei locali della vicina basilica e di molti documenti dell’archivio storico. Questa gravissima perdita non ci rende possibile avere informazioni circa gli affreschi trecenteschi che occupavano le pareti, né a proposito di quelli secenteschi successivi.
Al termine del secondo conflitto mondiale il chiostro e il convento vennero solamente restaurati mantenendo così intatto il lavoro del Vaccaro, considerato ormai parte del cuore culturale di Napoli. Il chiostro è celebrato nell’omonima canzone “Munasterio ‘e Santa Chiara”, scritta da Michele Galdieri nel 1945, che trasmette tutto l’amore e la paura della sfiorata perdita di un tale tesoro…

Munasterio ‘e Santa Chiara,
Tengo ‘o core scuro scuro.
Ma pecché, pecché ogne sera
Penzo a Napule comm’era?
Penzo a Napule comm’è?

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